Money Creates Taste

tumblr_mfqvopNYp01rimgbdo1_1280

Money Creates Taste” opera di Jenny Holzer.

Ho cominciato ad accusare un principio di fortis suspicio due anni fa, poco prima di incappare nella lettura della storia di Mariah la prima donna con il velo ad apparire sulle pubblicità di fast fashion H&M e da quando venni a conoscenza che esiste una versione di Vogue specializzata nella -a loro detta- “cultura black”.Questo mi é sembrato un embrionale tentativo di strumentalizzazione su base culturale che credevo avrebbe avuto seguito e che avrebbe attecchito sopratutto sui più giovani.

Da qui la mia riflessione.

Il periodo adolescenziale viene spesso percepito come un momento della vita caratterizzato da fragili equilibri, dirompente conflittualità interiore e sicuramente un’intensa attività emotiva, che oserei brutalmente definire come, in termini di produttività, il consolidamento del passaggio tra egocentrismo infantile ad adulto “funzionale” (ossia in grado di produrre indipendentemente uno stile di vita sostenibile). L’atteggiamento di conferire grande importanza verso questo periodo di vita, spesso sembra più un accanimento o una invenzione da parte della società e della cerchia di psicologi, insegnanti, medici interessati a studiarne gli aspetti e a farne fruttare le problematiche.

Come già urla il titolo del libro “La congiura contro i giovani” di Stefano Laffi, ricercatore e fondatore dell’agenzia di ricerca Codici di Milano, i ragazzi vivono in un perenne stato di provvisorietà di una vita che gli adulti hanno preconfezionato per loro, riversando su di essi desideri e frustrazioni che i giovani non sono in grado di sopportare.

Lo stridore e l’attrito che si crea con il giovane e la società é spesso generato dalla creazione del personaggio dell’adolescente di modo da permettere che durante questa transitoria fase di vita si debba tartassare il giovane allo scopo di formarne la personalità ed i gusti in maniera irreversibile. Il sistema sociale in cui viviamo conosce la fragilità dei giovani e non da meno la strumentalizza, adescando ed accogliendo il loro bisogno di conforto e di protezione, dandogli delle possibilità di aggregazione e di rappresentazione, ma del tutto pilotate.

In questo caso, il consumismo ha il ruolo trasversale di subentrare nelle nostre vite per soddisfare i nostri bisogni o consolare una mancata corrispondenza con il mondo esterno.

Nell’odierno panorama dell’Italia (ed anche dell’Europa) interculturale, gli adolescenti subiscono, senza fare vittimismi, un eventuale se non raddoppiato sistema di pressione, ossia l’inadeguatezza persistente, sia dal punto di vista legale (“gli italiani con il permesso di soggiorno”, lo ius sanguinis), che dal punto di vista emotivo e culturale (“non esistono neri italiani”, “tornatene al tuo paese” e slogan via discorrendo).

Esiste una società ci che fa sentire rifiutati, minacciati e osservati, talvolta con stupore, a volte con sospetto, e ciò non può che portare ad una conseguenza, comprensibile ma pericolosa: la chiusura ed un allontanamento verso il mondo esterno che ci giudica, non ci rappresenta e nemmeno accetta per ciò che siamo, per ripararci verso gruppi in cui possiamo esprimerci e confortarci. 

Quando si arriva all’esasperazione, si comincia a scegliere amici e contesti rassicuranti, a volte lo si sceglie per lo stesso gruppo di origine, per le vessazioni che si ricevono nel medesimo modo.

Chi va in cerca di questa comprensione é perché necessita di poter condividere autenticamente emozioni ed esperienze simili, ma al contempo per la comunanza di questo problema, ci si specializza in un dolore personale, proprio, che non sempre lascia agli altri spazio per farsi capire, per comunicare. Le differenze e le sofferenze rischiano di diventare un vessillo, un marcatore di estraneità. Le giovani generazioni non sono solo figlie di continenti e stili di vita diversi, ma sono anche figli di stereotipi, gli stereotipi dei genitori che prima di loro sono stati giudicati e incasellati.

Un modo per cercare di affermare le personalità dei giovani é il consumo di prodotti, di oggetti, di attitudini vendibili e smerciabili per confermarne l’esistenza ed il gruppo di appartenenza, perciò il consumo volontariamente trae beneficio nell’accentuare la classificazione delle persone per spingerle a comprare nella direzione diversificata che il mercato offre per arricchirsi.

Il sentimento di autoconservazione da un lato vuole fortificare e riscattare una immagine di se stessi che non viene sufficientemente rappresentata e colta dalla società, mentre dall’altro si crea una sorta di piccola profonda spaccatura tra chi può far parte di quel gruppo e chi ne rimane escluso, in parole povere, per chi non ha la cittadinanza e chi ce l’ha (e quindi non può capire cosa si provi) per chi non é musulmano e chi lo é, per chi non é nero e chi lo é.

Questo aumenta il peso ed il valore delle etichette, della funzione delle classi e credo soprattutto, che questo atteggiamento incentivi il rischio che percepisco più alto : l’affievolimento dell’empatia.

Claudio Magris, in un bellissimo articolo uscito nel 2009, descrive magistralmente il lavoro di Edouard Glissant, immenso filosofo Martinicano, spiegando come egli nella sua produzione letteraria fornisca “…la giusta rispo­sta all’equivoco e lacerante dilemma tra la pau­ra della globalizzazione che omologa e cancella le diversità e l’esasperazione delle diversità stes­se, ognuna delle quali si chiude regressivamen­te alle altre in un gretto micro-nazionalismo.” continuando a descrivere la sua figura come “…del tutto immune, pur nella spietata rappresen­tazione dell’orrore, da quel risentimento, da quella viscerale concentrazione su se stessi e sul proprio dolore che sono umanamente com­prensibili e spesso quasi inevitabili in chi ap­partiene a un gruppo o a un popolo che hanno subito (e talora subiscono ancora) oppressio­ne, ma tolgono fatalmente libertà interiore e si­gnorilità.”

Sentendomi attratta da queste parole, rifletto e osservo : ci stiamo auto-infliggendo etichette, nomenclature, perché sentendoci minacciati, di conseguenza, cerchiamo di conservare le nostre rispettive storie e difendere le rispettive comunità per paura di perderle, ma ho anche timore di ridurci a dei grotteschi simulacri di noi stessi, radicalizzando il diritto alla sofferenza, e custodendolo con gelosia, rinforzando la divisione a causa del senso di frustrazione che proviamo, a costo di concentrarci istericamente su noi stessi, pagandone un caro prezzo: escluderci vicendevolmente.

Un pensiero che mi ha colpito, che mi ha allertato dell’errore che potremmo commettere, lo ha ricordato lo scrittore Teju Cole in Punto D’Ombra : “If you’re too loyal to your own suffering, you forget that others suffer, too.”

Cerco di esporre dei sintomi di ciò che osservo, non desidero propinare soluzioni, e nel contempo porre delle domande: senza etichette cosa saremmo? Come ci sentiremmo? “What’s in a name? that which we call a rose by any other name would smell as sweet?” Scriveva William Shakespeare.

Penso non piacerebbe a tutti, ciò significa che sarebbe come rinunciare ad una parte di se stessi? Saremmo meno rintracciabili e più nudi. Nudi, magari liberi.

Si può conservare ed amare se stessi senza snaturare l’interesse verso gli altri, e ci si può aprire agli altri senza avere paura di rinunciare ad una parte di se stessi? Possono le nostre imprevedibili connessioni relazionali, culturali, emotive sfuggire alla bramosia dell’industria?

Io spero di si.

Altrimenti cosi il muscolo dell’empatia si dirigerà verso l’atrofia ed é cosi che il consumismo inibirà sempre più un fattore sopra ogni altro : la ribellione.

Mi sono finalmente sentita compresa quando ultimamente la scrittrice Rafia Zakaria, ha pubblicato un articolo su Al Jazeera, riferendosi alla nuova campagna pubblicitaria di Nike che promuove un hijab disegnato per fare sport, (con un logo che spicca più del viso che incornicia) alla nascita di Vogue Arabia, e le recenti passerelle a Dubai, parlando di come le donne musulmane dovrebbero concorrere alla corsa contro le strategie di marketing che mostrano lo shopping come empowerment, ed il consumo come una relazione profonda con se stessi. 

Negli highlights dell’articolo infatti si legge “Just as Vogue capitalises on the Muslim world’s general longing to be included in the ranks of global high fashion, Nike capitalises on similar desires to be included among the lean and mean women of global sport “.

1Zx5x

Si ha la falsa impressione che la rappresentazione del desiderio sia liberazione, quando in questo caso la rappresentazione é soldi. Quale rischio stiamo correndo quindi, noi che “stiamo in basso”? Un trito e ritrito dividi et impera, un ennesimo fatturato compiuto sulla nostra pelle.

Il consumo banalizza i nostri bisogni e la nostra relazione verso di essi, ci convince ad alleviare delle pene comprando, liberandoci apparentemente da una oppressione e da una frustrazione, e credo che cosi farà con le storie, le credenze, i patrimoni culturali che abbiamo coltivato finora, perché un giorno forse anche essi saranno prodotti in serie, i prodotti elimineranno il senso emotivo, le conoscenze, le fatiche ed i sacrifici fatti durante il tragitto della vita dei nostri parenti, dei nostri amici, di noi stessi.

Laddove il consumo coglie delle debolezze, dei desideri di conforto, le persone accoglieranno questa strategia commerciale come un riscatto, come una liberazione ed una celebrazione della propria differenza, ma senza accorgersi di cosa accadrà dopo.

Arriveranno delle etichette, dei gadgets preconfezionati, che esse siano per dividere, per rappresentare, fortificare un immaginario o per rivendicarlo. Il rischio é che per un motivo di riscatto ci si infili dentro a gabbie in cui il consumismo detta le regole, al posto della cultura, della nostra volontà e della positività dello schema aperto e libero.

Pensiamo quindi ad una cosa, siamo noi stessi a fornire le informazioni e non solo le forniamo su cosa ci piace, ma da qualche tempo ci soffermiamo di più circa da dove veniamo e da quale storia siamo stati generati.

L’ oppressione sociale – la repressione culturale ed espressiva – non ha mai giovato alla liberazione dagli schemi, li ha invece sempre più compressi ed infittiti in gruppi chiusi, nell’esasperazione globale, nell’insofferenza reciproca, giocando sui sentimenti primordiali e manichei di appartenenza od esclusione, dirottando la pista verso un vivere comune, un rispetto per noi stessi e per la comunità umana, per nulla mielosa o scontata.

Hijab Nike aiuterà forse la autodeterminazione delle giovani musulmane nello sport, in un primo momento, ma sul lungo termine, ciò a cosa potrebbe portare? La possibilità di aumentare facilmente dei consensi, far sentire rappresentati i non rappresentati, ma con quale intenzione, giacché é l’intenzione che dimostra il vero interesse di un gesto? La mia proposta dunque quale é : svolgere un lavoro collettivo, di studio, di superamento e di introspezione, atto a rendere noto uno stato di cose e valutare insieme delle idee, delle “negoziazioni” con noi stessi.

Affilare la nostra capacità di sovvertire i codici, risparmiando le energie che avremmo speso distruggendoli, effettuare détournement quotidiani in presenza di atti ingiusti o opprimenti, deridere, svilire, depotenziare tutto ciò che si spaccia come la soluzione ad un problema in cambio della carta di credito.

Non siamo solo quello che sembriamo (men che meno ciò che compriamo), siamo soprattutto quello che pensiamo e quello che viviamo, una imprevedibile combinazione di emozioni che non si devono e potenzialmente non si possono tracciare e che rendono difficile il compito della catalogazione umana.

Il corpo, o meglio la biopolitica, da sempre é uno dispositivo per dividere, ma non possiamo permettere che questo continui ad influenzarci per sempre.

La nostra capacità sovversiva, non si limita alla liberazione estetica, ma a rivalutare la potenza della nostra interiorità, una profonda personale coscienza, impossibile da controllare.

Molti dei problemi che ci sentiamo addosso nascono a causa dell’invidia, della pigrizia e dell’incapacità di valutare la paura e per questo il consumo, come la legge e l’istituzione, traggono solo vantaggio mentre assistono alla nostra disgregazione.

Le etichette non esistono realmente sul piano universale e concreto, esse esistono solo se noi decidiamo che devono esistere, se quindi ci vengono dettati dalla nostra invenzione e fantasia, perciò dovremmo chiederci se, oltre le altre cianfrusaglie che ci portiamo appresso, di queste etichette, ne abbiamo ancora bisogno.

Annunci